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Futuro industria

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Il futuro dell'idustria nel Nord Ovest della Sardegna
(Giampiero Muroni - www.ventirighe.it)

La vicenda dell’area industriale di Porto Torres sta trovando in questi giorni (finalmente) una faticosa via verso la propria definizione; la pubblicazione su questo sito del Protocollo proposto dall’ENI alle parti sociali e politiche del territorio e soprattutto del piano industriale di riconversione, pone sul tavolo degli elementi di chiarezza, positivi già per il solo fatto che consentono al dibattito di uscire dalle nebbie immobili che lo avevano caratterizzato finora.

Crediamo infatti che abbandonare il vocabolario delle rivendicazioni e degli slogan per utilizzare tutti il lessico oggettivo della valutazione economica dell’esistente e del possibile sia il primo passo verso una soluzione della crisi che attraversa tutto il polo industriale locale ed il mondo dell’indotto che vi gravita attorno.

E una prima parola di chiarezza l’ha data proprio la definizione degli impianti destinati alla chimica di base come “antieconomici” da parte dell’ENI. Fino a oggi avevamo sentito parlare di quegli stessi impianti, da alcune parti del mondo sindacale, come capaci di produrre utili, concorrenziali con altri analoghi situati in altri siti, e la scelta di dismetterli da parte dell’azienda di Stato come dettata da scelte irrazionali. Oggi non è più possibile vendere sogni ad occhi aperti: quegli impianti lavorano in perdita – ci dicono – e sarà ora che le scelte future partano da quest’assunto. Oppure, chi le contesta, dimostri “con le carte” che ha ragione.

Quel che ci pare e che l’opzione del “mantenimento” dello status quo non sia più in campo: il mercato ha parlato a voce chiara. Ciò di cui bisogna parlare ora è del futuro. Ed è su questo tavolo che le energie e la volontà della politica e delle istituzioni devono avere un ruolo importante; innanzi tutto evitando di ripercorrere strade che, decenni fa, hanno dato al territorio meno di ciò che hanno tolto.

Sarebbe bene, a questo fine e da parte di tutti, evitare di importare nella logica della pianificazione industriale – per definizione proiettata su decenni – i meccanismi, anche retorici, della ricerca del consenso a breve.

Per essere chiari, l’uso degli aggettivi ammiccanti (“verde”, “biocompatibile” e simili) dovrebbe lasciare il posto, anche nei comunicati e nelle delibere ufficiali, a una più chiara definizione della gamma di prodotti sintetici che ci si propone di realizzare. Sarebbe utile, poi, che gli agenti sociali più capaci fornissero al dibattito degli elementi certi di confronto: chi sono gli attuali concorrenti? Quali sono le tendenze del mercato? La convenienza vantata di produrli qui è davvero giustificata dagli studi? Senza la capacità di reperire dati prodotti da parti terze (magari internazionali) il tavolo di confronto con l’ENI appare sbilanciato e il rischio è quello di accettare come certe quelle che sono solo intenzioni.

E la necessità di acquisire elementi autonomi di giudizio è particolarmente importante nel campo delle conseguenze ambientali dei nuovi insediamenti, in quanto è proprio la salute dei cittadini e del territorio il dato che più spesso sfugge alle analisi industriali, quello che si monetizza più a fatica, ma anche quello che sta più a cuore a chi attorno a quegli impianti vorrebbe (continuare a) viverci.

Ad esempio, facendo tesoro dell’esperienza di altre località sarde che hanno avuto a che fare con progetti di centrali a biomasse (e li hanno bocciati) sarebbe bene che si chiarisse se davvero, come parrebbe, si intende alimentarle con coltivazioni ad hoc impiantate attorno alla zona industriale o se si sta aprendo un pertugio dal quale un domani possa passare l’utilizzo di rifiuti urbani, da bruciare per produrre quell’energia che serve. In pratica, sarebbe bene sapere prima se la centrale a biomasse può diventare un termovalorizzatore.

Noi, come abbiamo detto già altre volte, non riteniamo nessuna delle scelte possibili come inammissibili a priori: l’importante è che gli elementi di giudizio che giustificano la risposta al piano industriale siano messe a disposizione di tutti. Se si ritiene che un (potenziale) impianto termovalorizzatore abbia dei benefici superiori ai costi, basta che lo si dica chiaramente, assumendosi la responsabilità politica della scelta. Chi riterrà quella scelta come appropriata non dovrà fare altro che convincerci.

È necessario però che nel confronto politico e industriale che si sta aprendo la parte pubblica portasse dentro ai suoi dossier le alternative possibili alle proposte che le vengono avanzate. Ad esempio quella di una riconversione complessiva del territorio di Porto Torres, in cui la presenza di un parco come l’Asinara e gli investimenti sul turismo (fatti ed in corso) da parte dei Comuni della costa non possono contare come piccoli particolari. L’entità dei finanziamenti in gioco non può valere solo come arma di pressione occupazionale, ma rappresenta al meglio il valore dell’intero processo in atto: o si fanno ora scelte coraggiose o non se ne avrà altra occasione per decenni.

Ed è per questa ragione che vorremmo che tutti gli attori in scena interpretassero la loro parte, non solo le istituzioni deputate alle scelte finali. Vorremmo ascoltare le opinioni degli ambientalisti e quelle dell’Università. Vorremmo soprattutto che i partiti, di maggioranza e dell’opposizione, provassero a dire qualche cosa sul futuro che vorrebbero e sul come lo vorrebbero approntare.

La nostra associazione, LibertAria Sassari Viva, per la parte che potrà, non mancherà di far sentire la propria voce per dare voce a tutti e per consentire, nei limiti delle proprie forze, a tutti di costruirsi un’opinione libera dalle pressioni e rigorosamente legata ai fatti.




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