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Sassari: ciò che serve e ciò che manca

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(Giampiero Muroni) - Sardegna Ventirighe n° 84 del 7/10/2009

L'ultimo anno della legislatura in genere dice poco di interessante: chi governa lo usa per darsi un'immagine positiva e favorire la propria riconferma senza avviare nessun programma impegnativo (tutt'al più si piantano i fiori nelle aiuole), mentre chi si oppone affila le proprie armi polemiche da utilizzare tutte nella campagna elettorale, senza scoprirsi prima.

Una noia mortale insomma per chi non veste la divisa ufficiale del “tifoso” e vorrebbe scegliere sulla propria amministrazione con animo libero e idee chiare.

È però anche un tempo che – a usarlo bene – può consentire di leggere meglio i quattro anni precedenti che, al di là delle speranze suscitate, hanno prodotto (piacciano o meno) dei risultati concreti e visibili, hanno seguito strategie oramai trasparenti, hanno mostrato le luci e le ombre che nessuna propaganda può mascherare.

Qualcuno si potrà offendere – ma tanto qualcuno si offende sempre – però l'attività di chi fa le pulci agli uscenti è sempre meritoria e utile, soprattutto all'attuale maggioranza che ha sofferto senza colpe l'indicibile sfortuna di governare priva di un'opposizione degna di questo nome e ha pagato per prima le conseguenze di quest'assenza.

Sul piano dei diritti civili le ombre prevalgono sulle luci. Certo, si è ottenuta la nomina di un Garante comunale per i diritti dei detenuti, ed era il risarcimento minimo che una città doveva a una popolazione carceraria che aveva subito i pestaggi del 2000 (noti ancora, su Google, come “i fatti di Sassari”) e che soffre ancora una reclusione in uno dei peggiori carceri d'Italia. Ma dopo quella scelta, che il Consiglio comunale decise di fare in solitudine, senza tener conto delle indicazioni delle associazioni di volontariato laiche e cattoliche, il tema passò in secondo piano: mai la Presidente del Consiglio comunale chiamò suor Maddalena Fois a relazionare sul proprio operato, nonostante il regolamento lo imponesse; mai la Giunta la coinvolse nelle proprie scelte di politiche sociali. Il carcere è tornato nel limbo di rimozione e di oblio in cui era vissuto per anni, e le azioni svolte dalla Garante in questi anni rimangono sconosciute ai cittadini e agli stessi consiglieri che l'hanno eletta – la speranza è che almeno le conoscano i detenuti, ma non ci confidiamo troppo.

La battaglia per l'istituzione del Registro comunale delle unioni civili è stata poi una pagina imbarazzante per le Istituzioni. Il Sindaco in persona aveva chiesto ai proponenti del MOS di evitare di portare quella proposta nell'agone della scorsa campagna elettorale, impegnandosi a farla propria dopo la vittoria. Le cose non andarono esattamente così: la maggioranza si spaccò e le migliaia di firme raccolte da numerose associazioni su un testo limato per una maggiore digeribilità finirono ignorate. Del resto, se anche qualche settimana fa la notizia di una serie di pesanti intimidazioni a colpi di pistola nel litorale di Platamona, dove sono soliti incontrarsi coppie gay, non ha prodotto uno straccio di dichiarazione di solidarietà da parte della Giunta, sarebbe stato difficile attendersi coraggio politico o sensibilità civile sull'argomento delle unioni civili.

A sostegno della tesi – risultata maggioritaria – contraria all'accettazione delle coppie omosessuali è stata portata la stravagante teoria della difesa della famiglia tradizionale. Chissà quale teoria sarebbe servita ad osteggiare invece la richiesta dell'apertura di una sala di commiato laico, nella quale i parenti e gli amici di un ateo potessero salutarlo nel momento della morte. Non lo sappiamo, perché la proposta, pur avanzata dall'ex capogruppo DS in Consiglio, Antonio Capitta, non è mai arrivata a discussione: meglio non sollecitare le tentazioni fondamentaliste dei tanti teocon o teodem in Aula, e l'idea è stata accantonata.

Sul piano delle riforme della propria struttura che avrebbero potuto riavvicinare i cittadini alle Istituzioni, questa legislatura è stata pressoché persa: la proposta di utilizzare il sito del Comune per inserirvi i dati fondamentali dell'attività di consiglieri e assessori (quanto hanno partecipato, come hanno votato, cosa hanno guadagnato) ha incontrato l'obiezione della sacra tutela della privacy – chissà cosa ne pensano i consiglieri provinciali che una stessa proposta di riforma l'hanno invece votata all'unanimità: forse che gli stessi dati diventano segreti nella breve discesa tra piazza d'Italia e Palazzo Ducale?

La recente pubblicazione sul sito comunale degli stipendi dei dirigenti non può poi far dimenticare che altri dati politicamente più significativi (nomi, curricula e compensi dei professionisti destinatari di incarichi fiduciari dall'Amministrazione, ad esempio) continuano ad essere negati all'evidenza pubblica. Anche in questo caso non c'è nessun segreto, a volersi spulciare gli atti pubblici delle delibere di nomina, ma vogliamo mettere la differenza che passa tra chi chiede all'informazione l'onere di una ricerca faticosa e lunga e chi adotta uno stile che consente all'ultimo dei navigatori su Internet di conoscere quanto oggi sanno solo i bene informati? Un sindaco che volesse fare della trasparenza una propria caratteristica adotterebbe la prassi della pubblicazione integrale di questi dati; il nostro non l'ha fatto.

Infine anche il dibattito in corso sull'abolizione delle circoscrizioni – reso possibile da una legge del governo Prodi – ha incontrato nelle fila della maggioranza una sorda contrarietà: piuttosto che scontentare le numerose seconde file di stipendiati dalla politica (tanto utili quando, tra un anno, si tornerà a cercare in giro le preferenze) l'idea di andare incontro a un'esigenza diffusa di sobrietà e di razionalizzazione delle istituzioni sarà parsa balzana. Il progetto in via di definizione prevede la riduzione da sei a quattro dei parlamentini rionali; chi avesse a cuore un dimagrimento vero della pletora partitocratica dovrà confidare in Fini e Calderoli: i progressisti locali non paiono interessati all'argomento, checché ne pensino i sassaresi.

Ed è proprio sul rapporto comunicativo con la città che la seconda parte della legislatura ha mostrato i suoi maggiori limiti. Dopo l'esordio in cui gli Stati Generali cittadini hanno rappresentato – in maniera anche un po' pretenziosa – la volontà di capitalizzare la sintonia espressa col voto plebiscitario, la concreta realizzazione delle politiche adottate ha coinciso con la crisi nei rapporti tra la Giunta e intere categorie sociali (i commercianti, ad esempio, ma non solo). Se è vero che le scelte strategiche adottate, quali il gran numero di lavori pubblici che hanno sconvolto il traffico in questi anni, hanno prodotto inevitabili mugugni, ad essere assente è stata la condivisione di un disegno complessivo, la compartecipazione a un progetto che appare ogni giorno sempre più vago e oscuro alla stessa maggioranza.

Un buon esempio ce lo ha dato recentemente la vicenda degli scavi in piazza Castello: l'occasione di sviluppo rappresentata dalla riscoperta delle rovine aragonesi è stata vissuta come un fastidio da molta parte della città, senza che la politica riuscisse a suggerire tra la gente l'idea che il saldo tra vantaggi e costi sarebbe stato alla fine positivo. Che uno storico dell'arte si entusiasmi per gli scavi è normale e ci sta anche che un automobilista costretto alle gimcane si arrabbi: quel che proprio non torna è che chi ha responsabilità amministrative stia in mezzo a blandire entrambi senza riuscire a convincere nessuno sulla bontà delle proprie scelte.

Certo, non sono stati anni di quieto galleggiamento; Sindaco e assessori hanno preso decisioni importanti e che – giustamente – hanno fatto discutere, e il PUC è stata probabilmente la più importante tra queste. Il sacrificio al cemento delle aree interne alla città finora libere, o l'idea del parco lineare urbano, che pare più disegnare una direttrice per le future costruzioni che riguardare le esigenze di verde fruibile dalla città, possono ricevere molte critiche, per non parlare delle dimensioni dello sviluppo complessivo previsto che pare sproporzionato rispetto alle previsioni di crescita dei prossimi decenni. Una maggioranza che si rispetti però porta avanti le proprie idee e si sottopone alle critiche e al giudizio degli elettori.

Quel che però non pare giustificabile è stato il modo in cui sono state accolte le critiche al PUC portate dal consigliere Roberto Schirru, tacciato di lesa maestà per aver proposto una serie di modifiche al piano o forse per aver fatto, nei mesi precedenti, un oneroso compito di informazione pubblica sui contenuti e le conseguenze delle scelte in discussione.

Se il problema vero tra la maggioranza e il consigliere dissenziente fosse quest'ultimo, allora vorrebbe dire che la regola non scritta che guida i rapporti interni al centro-sinistra è “non disturbate il manovratore” (specie quando la manovra è di quelle che “pesano”), con tanti saluti alla retorica del pluralismo e della trasparenza.

Se non è così, allora vuol dire che che le capacità del centro-sinistra sassarese di comprendere e fare proprie (almeno in parte) le istanze schiettamente ambientaliste rappresentate da Schirru sono pressoché nulle – e questo vuol dire qualcosa di peggio in termini di maturità politica da parte della squadra del Sindaco. È facile fare il capo di una coalizione in cui i membri si omologano in stile da centralismo democratico; un po' meno quando qualcuno canta fuori dal coro – ma del resto, quei sassaresi che quattro anni fa hanno votato Schirru, ma cosa credete che ce lo abbiano mandato a fare a Palazzo Ducale? A fare “l'ambientalista responsabile” forse (il cui posto, tra l'altro, è già occupato)?

Insomma, i deficit dell'attuale amministrazione, candidata alla riconferma, a volerli vedere ci sono, anche al di là delle difficoltà, non trascurabili, sofferte dall'aver convissuto con le fibrillazioni di un partito democratico che in questa provincia ha visto i propri cavalli di razza scontrarsi tra loro e con Soru e molti puledri casalinghi scalpitare oltre il lecito per guadagnarsi spazi in stalla.

La ricandidatura di Gianfranco Ganau, incoraggiato dagli applausi ricevuti alla Faradda, lo vede favorito, grazie anche al fatto che la gente pensa saggiamente che chi per quattro anni non è stato capace di opporsi, difficilmente potrà ben governare. Però da qui a pensare che della ricetta gradita non debba cambiarsi alcun ingrediente il passo è lungo.

In realtà, forse qualcosa è mancato in questi anni, e forse quel che è mancato è proprio ciò che serve per cucinare un piatto capace di soddisfare gli esigenti palati sassaresi per il prossimo quinquennio.
Capire i limiti di ciò che è stato fatto può servire molto più che confortarsi con il mantra dei tanti meriti acquisiti; la propaganda può servire a convincere indecisi e poco interessati, ma spacciata per analisi politica può risultare irritante.

* * *


Alla fine del secolo scorso, Italo Calvino fu invitato a una serie di conferenze da alcune università americane, dove tenne sei lezioni sul tema del passaggio di millennio. Di fronte a quegli studenti lo scrittore propose loro sei parole che servissero a traghettare le innegabili conquiste del passato recente nell'incerto futuro che si apriva.

Con qualche coraggio, possiamo provare a mutuare il metodo e a indicare attraverso l'uso di quattro parole le direttrici della possibile politica locale per il prossimo quinquennio: le incertezze che favoriscano l'uso di suggestioni non mancano, visto che, a dire il vero, non si scorgono all'orizzonte fari che mostrino rotte sicure ai naviganti.

Una prima parola potrebbe essere trasparenza.

La crisi di fiducia nelle istituzioni è un elemento costante di questi anni, a tutti i livelli, e chi fa politica non può pensare di ignorarlo senza commettere un peccato mortale.
I costi della democrazia, i tempi della dialettica politica, i vincoli peculiari dell'agire amministrativo non possono diventare altrettanti alibi da opporre ai cittadini che chiedono ai propri governanti un'efficienza che le comuni transazioni commerciali hanno fatto proprie da tempo. La democrazia ai tempi del mercato non può vantare un'extraterritorialità che oramai solo i “partigiani” più affezionati le consentono; chi vuole coniugare il potere al consenso deve fare i conti con le istanze di chiarezza e di comprensibilità che qualcuno continua a chiamare “antipolitica”,ma che sono invece l’aspro retrogusto della democrazia.

La Rivoluzione americana nacque al grido di “no taxation without representation”, a significare il legame indissolubile tra la compartecipazione agli oneri e la condivisione di diritti; ai giorni nostri potremo fare nostro lo stesso slogan vestendolo di un nuovo corollario: chi paga per la cosa pubblica ha titolo a chiederne conto.

Negare alla cittadinanza il ruolo di ultimo revisore dei conti pubblici non fa che alimentare sfiducia nella democrazia e ingrossare le fila dei tanti mestatori in circolazione – tanto più pericolosi se contano sulla disponibilità di mezzi di propaganda di massa che nessuna fede politica può pensare di contrastare con le proprie liturgie ottocentesche.

L'unica strada per consolidare un rapporto di fiducia tra chi amministra e chi vota è quello di attuare politiche volte a far capire al penultimo (se non proprio all'ultimo) dei cittadini cosa si sta facendo, come, con chi e soprattutto quanto costa.

I modi possono essere tanti, ma l'obiettivo deve essere comune: l'utilizzo di internet come servizio di utility civica, la massima pubblicità di ogni atto che comporti una spesa, la promozione di momenti di confronto e dibattito fuori dai consueti meccanismi di partito.

Una via che potrebbe portare a qualche risultato in questo senso potrebbe essere quella di individuare una specifica risorsa interna all'amministrazione, una figura manageriale di coordinamento delle politiche di partecipazione se non addirittura un assessorato alla trasparenza che racchiuda tutte le competenze relative al rapporto comunicativo tra Giunta e città. Non un addetto stampa deputato alla propaganda, quindi, ma una voce che sia delegata a massimizzare le conoscenze diffuse sulle scelte adottate dall'Amministrazione. Sarebbe stato bello, nelle scorse settimane, ad esempio, capire qualcosa di più dell'ondivaga gestione della questione dell'ippodromo Pinna da parte del Comune, al di là delle voci stentoree nei titoli di giornale seguite dall'assenza di decisioni.

Un altro termine che può tornare utile a disegnare una concreta politica democratica per la Sassari dei prossimi anni può essere innovazione.

Pensare che la gestione della cosa pubblica equivalga all'ordinaria amministrazione condominiale può essere stato ammissibile in passato, forse, ma in un contesto in cui le istanze più dirette della cittadinanza si rivolgono per prima all'istituzione più vicina, accomodarsi in un quieto vivere alla giornata, in cui governare è un “compito” anziché un “progetto”, è una strada destinata al fallimento.

È statisticamente vero che le maggioranze – di qualunque colore – sono costituite da un nucleo conservativo, ma l'esperienza insegna che tutte sono guidate da interessi forti di cambiamento e di modernizzazione. Ignorare che anche a Sassari esiste, in tutti i settori, una forte domanda di innovazione rischia di alienare a qualunque coalizione la simpatia di larghe fasce di popolazione capaci di trascinarsi dietro notevoli consensi.

Le modalità in cui è possibile rispondere a questa domanda sono diverse: a partire dal semplice (ma non gratuito) rinnovamento nella scelta degli interlocutori sociali. Esistono in città molti artisti, associazioni, intellettuali, professionisti che – per ragioni anagrafiche o più spesso per assenza di padrini – non sono coinvolti nelle scelte discrezionali dell'Amministrazione: perché non provare a coinvolgere qualche trentenne senza pedigree ma con idee sensate nelle numerose partnership che il Comune realizza costantemente? Ai tempi in cui l'allora giovane Franco Borghetto provò a rinnovare l'agenda dell'assessorato alla cultura i risultati furono positivi; magari ci si potrebbe riprovare a vent'anni di distanza, anziché perpetuare le collaborazioni con i soliti noti.

Ma le occasioni di innovazione possono essere anche altre. Da una politica che valorizzi il carattere di città universitaria di Sassari (carte verdi per i servizi rivolti ai giovani, politiche di favore per le iniziative imprenditoriali ad alto valore tecnologico o culturale, realizzazione di vaste aree wi-fi di connessione gratuita a Internet, coinvolgimento nella progettazione pubblica dell'associazionismo studentesco). La strada volta a caratterizzare la città per le sue peculiarità culturali e per dare valore civico alla propria componente giovanile potrebbe rappresentare una svolta rispetto alla sonnolenza limacciosa che l'ha connotata tanto spesso finora.

E la terza parola d'ordine che potrebbe disegnare un nuovo futuro per la città viene di conseguenza, ed è stavolta una parola doppia: leadership – responsabilità.

Siamo abituati a vivere in una città che non è “centro” di niente, nonostante le dimensioni, la posizione, la storia ne suggeriscano un ruolo guida per il territorio circostante.

E invece niente: Sassari è periferica rispetto alle occasioni turistiche rappresentate dalla presenza del Parco dell'Asinara o dell'area marina protetta di Capo Caccia; è periferica rispetto alle politiche di ingresso dei flussi turistici gestiti attraverso il porto di Porto Torres e l'aeroporto di Fertilia (chiamato con l'incomprensibile nome di “Riviera del corallo” anziché con il più logico toponimo di “Sassari-Alghero”); è periferica rispetto alla propria provincia, di cui ha subito senza fiatare l'amputazione della Gallura, assumendosi una responsabilità quasi più storica che politica.

La competizione con Cagliari è confinata al folklore da ultras: nella realtà qualunque paragone con il capoluogo regionale è imbarazzante e Sassari si ritrova sempre più spesso a mutuare modalità di azione, fisionomia, caratteri, status a centri pur importanti, ma sempre marginali e a caratterizzarsi per i propri aspetti provinciali anziché provare a valorizzare le proprie eccellenze.

Chi voglia candidarsi ad amministrare Sassari non potrà prescindere da confrontarsi con questo deficit oramai strutturale di leadership territoriale che non può continuare ad essere eluso. La città non finisce fuori le mura, come qualche politico cittadino strapaesano continua a pensare. Sassari è mare (anzi, mari, visti i suoi confini), è territorio, è guida del proprio hinterland, che non può continuare a considerare solo nei termini di compensazione delle proprie tensioni abitative. È città diffusa, non racchiudibile nella dicotomia centro-agro con cui chi non la conosce pretende di disegnarla. Ossia è politica turistica, centro di coordinamento di servizi estesi, politica agricola e industriale – che è cosa diversa dal protestare perché il cattivone di turno vuol chiudere un'industria.

Certo, una scelta del genere costa, soprattutto in termini di responsabilità, perché vorrebbe dire che una squadra di governo si confronta con temi di livello anche ulteriori rispetto al proprio mandato (ossia propone politiche di riferimento anche per una popolazione diversa dal proprio elettorato), ma è questo il tavolo da gioco (it's politics, baby). Ci sarà pure chi crede che dirimere le questioni tra i gremi esaurisca il proprio mandato politico – auguri. Nel frattempo le istanze non soddisfatte dalla politica, in genere, finiscono per rivolgersi a momenti o livelli di gestione superiori o diversi, siano essi o meno democratici, rappresentativi o palesi.

Infine l'ultima delle possibili parole significative per il futuro prossimo è una di quelle trite e invecchiate dalla retorica sinistrorsa (quanti danni ha fatto!) ma di cui, anche a volerlo, non si riesce a fare a meno: diritti.
E l'accezione che a me pare più densa è proprio quella più classica, che considera i cittadini in possesso di posizioni di vantaggio rispetto agli altri, quando si trovino in condizioni di bisogno.

È una concezione alternativa e – se vi piace il termine (a me non tanto) - “rivoluzionaria” della mera difficoltà, che vuole che chi ha figli (ad esempio) sia in “diritto” di ottenere dei servizi a favore dell'infanzia, che chi è povero o emarginato (ad esempio), sia in “diritto” di ricevere prestazioni pubbliche di inclusione sociale.

L'welfare comunale non può fare a meno di questo paradigma, pena l'intendere le proprie azioni come elargizione di benefits immeritati, e come tali ulteriori rispetto a ciò che si ha titolo a richiedere.

Proprio l'incontrario! Ci sono a Sassari condizioni meritevoli di intervento per il solo fatto che costituiscono squilibri lontani dalla condizione di piena cittadinanza e ciò basta a farne dei settori cruciali: ogni disagio è una carenza insopportabile – o si accoglie quest'impostazione oppure le politiche sociali divengono carinerie. Parafrasando l'attuale assessore comunale, una città sicura non solo “si cura” dei bisogni che incontra, ma “li cura”, ossia li considera quantitativamente indice della propria efficacia amministrativa: o li soddisfa o fallisce, magari parzialmente, ma fallisce il proprio obiettivo.

Anche in questo campo pensare con la testa rivolta all'indietro, alla tradizione delle politiche di sostegno alle “fasce deboli” può essere fuorviante; nel frattempo la società si è data strumenti di welfare privato importanti ed efficaci (le badanti, il volontariato): una seria politica sociale non potrà prescindere dal coordinarsi con la realtà, assicurando servizi di sostegno o metaservizi (ossia servizi a favore di chi già li eroga e anche bene), senza dimenticarsi mai, però, che ci saranno sempre settori di popolazione che dal pubblico aspettano interventi che nessun altro dà loro.

Non so se quattro parole in croce (manco fossero i quattro mori), con le loro suggestioni e le idee che possono suscitare, siano in grado di produrre politica. Se però questo compito non lo fanno le parole, non ho proprio idea di chi possa farlo al loro posto.

Forse i jingle pubblicitari, gli spot ossessivi o gli slogan che ammiccano dai manifesti elettorali nazionali – per chi ha i soldi di farli e di appenderli a ogni angolo di strada; ma questa è un'altra storia.


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